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Orazio e i poteri benefici del nettare degli Dèi
Stile e cultura del vino

Orazio e i poteri benefici del nettare degli Dèi

ROSADIVINI
ROSADIVINI
Redazione

Dalle Satire alle Odi, per Quinto Orazio Flacco, il poeta del carpe diem, il nettare degli dèi è da sempre un efficace “antidepressivo” per allontanare la malinconia e per stemperare i grigiori dell’inverno.

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A spasso in lettiga sulla via Appia, l’arguto fustigatore Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa nel 65 a.C., considerava il nettare degli dèi un eccellente mezzo per allontanare pensieri negativi e tristezza. 

Molto prima di lui lo sosteneva il poeta greco Alceo di Mitilene (vissuto tra il VII e il VI secolo a. C.) che vedeva nel vino una sorta di mitigazione del dolore.

D’altronde si parla della bevanda preferita dagli antichi Romani, passati alla storia per la loro convivialità e il loro “saper vivere” (ben illustrata da Albert Uderzo e René Goscinny nei celebri fumetti di Asterix e Obelix), che lo consumavano soprattutto la sera a cena. 

Orazio: grande conoscitore di vini del suo tempo

Il vino puro era addirittura prescritto nelle rituali libagioni. Durante il pasto era allungato con acqua in proporzione di un terzo o di quattro quinti. Ancora oggi vige tale usanza in sopravvissute osterie di paese, utilizzando magari della gazzosa. 

Per mescolare vino e acqua si adoperavano crateri di terracotta dai quali si attingeva un mestolo il cyantus. Necessario a versare la bevanda nelle apposite coppe che si vedono rappresentate nelle riproduzioni pittoriche dei luculliani banchetti.

Il vino veniva mescolato anche con il miele per produrre il cosiddetto “mulsum” (letteralmente vino mielato). Si beveva prima dei pasti per accompagnare l’antipasto, come ci spiega Marziale nei suoi epigrammi (XIII, 108).

Ma tornando al nostro poeta delle Satire, considerato dagli esperti un raffinato enologo del suo tempo, Orazio conosceva una buona quantità di vini che citava nelle sue odi. 

Il vino da consumare cum grano salis

Dal Cecubo che apprezzava moltissimo per festeggiare gli eventi più lieti in compagnia dell’amico Mecenate (come si può leggere nelle Epodi, 9), al vino di Veio, al Faleno, che consiglia di utilizzare “cum grano salis” visto il costo elevato e non proprio alla portata di chi, come lui, veniva da una famiglia di modeste origini.

Da non dimenticare il vino di Calvi (dal nome della località vicino Capua), che Orazio vuol donare a Mecenate in cambio di un vaso di nardo (Odi, IV).

Tuttavia Orazio gradiva anche i meno pregiati vini provenienti dalla Sabina e dal Minturno. 

Le regole della convivialità secondo Orazio

Importante l’apporto che l’autore latino lascia ai posteri sulle tecniche di lavorazione e mantenimento del succo d’uva.

Il poeta invita a travasarlo in anfore greche chiuse con tappi di sughero, cera o argilla (Odi, I e III) sigillate con la pece e purificati, già al tempo, con l’uso di filtri (“colum”, cit. Satire, II, Odi, I).

Infine fa una raccomandazione in tema convivialità, tanto cara ai suoi concittadini:

  • mai rifiutare il vino offerto dal padrone di casa (Epistole, I)
  • mai ubriacarsi (Satire, II) per non sproloquiare e per apprezzare i cibi offerti nel banchetto.

Approfondimento: Guida galateo del vino 

Il poeta del “carpe diem nato nella terra dell’Aglianico, il cui vitigno, di origine ellenica, ammanta i colli del Vulture, come poteva dunque non amare, da grande conoscitore delle umane cose, i frutti più pregiati della sua terra?

E quindi, come invita nelle Odi (rifacendosi a un verso di Alceo) “Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus”! Ora è tempo di bere, ora è tempo di battere la terra con piede libero da vincoli!

Vini italiani selezione ROSADIVINI

Creato il 19/11/2021, aggiornato il 27/07/2022. © Riproduzione riservata.